selenevalentina
venerdì 9 marzo 2012
giovedì 8 marzo 2012
CASA NATIA
No! Vi prego, aspettate!
Fermate quei lunghi denti di ferro,
che devono distruggere
la mia casa natìa.
Lasciate ch’io possa entrare
un’ultima volta.
Odore di vecchi mattoni,
di focolare spento, di camino,
che aspirava profumo di cibi,
che aspirava care voci scomparse.
Rinarrate fiabe, canti, pianti,
preghiere sommesse, ricordi
e sogni inespressi.
Lame di luce da crepe
di scuri che abbuiano la stanza,
caleidoscopi per polvere antica.
Ascolto il silenzio per carpire,
se ancora lontano lo conserva,
il mio primo vagito.
Apro gli scuri gementi,
esondazione improvvisa di luce
che cancella i ricordi.
Ma là, nell’angolo umido,
appare la piccola mensola e Lei,
Madonnina che regge il Bambino.
Diventano scrigno sicuro
le stupite, trepide mani.
Avanti ora, lunghi denti di ferro,
potete compiere il vostro lavoro.
Ora sì, ora che stringo sul cuore
Colei che un giorno, amorosa,
accolse il mio primo vagito.
mercoledì 7 marzo 2012
ERA ESTATE…ANCHE ALLORA
"Era estate anche allora": Cominciò a raccontare il vecchio, seduto all'ombra del pergolato. "Era estate anche allora e nell'aria attorno, odore di fieno che faceva sternutire e la miseria ci acuiva l'inventiva". Parla non per, plurale majestatis, ma perché senz'altro accomunava fratelli e compagni. "Andavamo dai padroni del grande podere appena fuori dall'abitato, per chiedere di poter aiutare a spigolare. Ci mettevamo in gruppo, di buona lena, ridendo, scherzando e facendo solletico con le spighe sulle gambe delle bambine. Si schernivano spostandosi ma io credo, che in fondo lo prendessero come un complimento. A lavoro ultimato, la Signora ci compensava con grandi fette di pane, alte tre dita, bagnate con il latte e spolverizzate con lo zucchero e a noi sembrava fosse un giorno di festa. Chiedevamo di poter raccogliere la frutta matura dagli alberi e in cambio potevamo tenere qualche pera, che il vento aveva fatto cadere a terra o qualche albicocca appena becchettata dalla voracità di un uccellino. A dire il vero, una o due pere, scivolavano nelle tasche dei pantaloni ma non era rubare, era per quella giovane fame, che a tavola non si chetava, forse perché la fetta di polenta era sempre troppo piccola. Credo che la Signora se ne accorgesse ma era madre e le gambe troppo magre le facevano compassione. Qualche fico lo divoravamo direttamente sull'albero con tutta la pelle per non lasciare tracce. prima però li aprivamo per vedere che dentro non ci fosse una, tenaglia, perché avevamo sentito raccontare che un bambino era stato punto sulla lingua, che si era gonfiata e aveva rischiato di soffocare. Le uova no, quelle non ci era permesso raccoglierle, era merce troppo preziosa da vendere al mercato settimanale. Le patate invece potevamo raccoglierle. Con zappa e mani per non spaccarle, riempivamo cassette, che gli uomini poi caricavano sul carro per portarle nel luogo adatto alla conservazione. Per quel lavoro venivamo compensati con un sacchettino dello stesso raccolto e per qualche volta il pasto cambiava sapore e le nostre madri ci facevano una carezza”. Smise di parlare il vecchio e i nipoti, seduti a terra, magliette firmate e jeans rotti ad arte, come voleva la moda, lo guardarono speranzosi in una ripresa del racconto. “Lui si scosse e “A volte ci mandavano a, far foglie, davano ad ognuno di noi un sacco di iuta e noi andavamo nel bosco vicino a prendere foglie verdi dagli alberi, che poi venivano date in pasto alle mucche, che le mangiavano con avidità. Per ricompensa, la signora, sul pane mettevo una fetta di formaggio fatto in casa accompagnato da un bicchiere di latte. A volte andavo solo, io ero il più grandicello, sui dodici anni. Pulivo le gabbie dei conigli e alla fine mi attendeva un grande foglio di giornale con verdura raccolta nell’orto, che a casa portava allegria nel pasto fresco e colorato. Poi sono andato a trovar fortuna in un paese con una lingua da imparare. Da principio il lavoro era duro ma sul tavolo, i miei figli, avevano la frutta non becchettata, anche se a me sembrava meno saporita e mandavo soldi a mia madre, perché potesse mangiare carne, anche se non era Natale”. Si interruppe nuovamente lo sguardo fisso sul campo, abbandonato di recente, da una modernissima mietitrebbiatrice. Si alzò, con un poco di fatica e si diresse nel campo. Si guardò intorno a lungo, poi si chinò a raccogliere qualche cosa. Ritornò con un passo quasi agile e ora lo sguardo aveva un non so che di bambinesco. Mentre gli occhi dei nipoti si colmavano di una tenerezza rispettosa, si avvicinò alla sua unica compagna di sempre e ridendo, con una spiga raccolta fra le stoppie, le fece il solletico sulle gambe.
NONNA AMELIA
Ricordo mio padre che diceva
-Avevo solo tre anni quando Dio
ha chiamato mia madre
per riunirla a chi l’aveva amata.
Avevo appena tre anni e mi rimane
soltanto questo suo ritratto.-
Guardavamo quel viso incorniciato
da capelli mossi pettinati
nello stile del primo novecento.
-Era una farmacista, sai.-
E la immaginavo a preparare
sciroppi, unguenti e tisane
in quell’ospedale dove lavorava.
Avrei voluto parlarle, abbracciarla
ma si perdeva il mio pensiero
nei meamdri dell’eternità.
Ed ora che lì, li penso uniti
sono anche per lei le mie preghiere.
Preghiere di una nipote
per nonna Amelia,
una nonna che mai ho conosciuto.
DOVE’ LA FELICITA’
Dov’è la felicità? hai chiesto.
E’ in me, ti ha risposto il cielo.
nella mia misteriosa immensità
nell’amare il sole e le stelle
nel confidarsi con la luna.
Nel giocare a nascondersi
dietro alle soffici nuvole
aspettando che il vento soffiando
le spinga lontano e ti scopra.
Dov’è la felicità? Hai chiesto.
E’ in noi, ti hanno risposto in coro
gli alberi, i fiori e i campi.
E’ nel placido sonno invernale
e nel dolce risveglio primaverile
nei frutti e nel mutare dei colori.
Dov’è la felicità?Hai chiesto.
E’ in noi, hanno echeggiato i monti.
Nei sentieri che puoi percorrere
nell’amare e rispettare la natura.
Dov’è la felicità? Hai chiesto.
E’ in me, ha risposto il mare.
nelle mie grandi profondità
Nel lasciare che io ti culli
nelle madreperlacee conchiglie.
Ma dov’è la vera felicità? Hai chiesto.
E’ in ognuno di queste cose
ha risposto battendo il tuo cuore.
Ma la felicità, quella vera
è nel sapere capire e amare.
La felicità è solo dentro te.
GIARDINO SEGRETO
Quando la vita pesante preme sulle spalle
nel tuo giardino segreto corri a rifugiarti.
Intorno cespugli di rose, immoti testimoni
donano profumo intenso
che dalle nari scende al cuore.
Supina nell'erba ti sdrai
il capo sul braccio appoggiato
lasci che la terra assorba le tue lacrime
Solo il vento a tratti ti fa una carezza leggera
Adagio, dolcemente per non disturbare.
Vorresti fermare il tempo restare nel giardino
ma l'oggi si fa pressante. Devi andare.
Ancora una volta con le mani asciughi il viso
Sorridi e la tristezza spingi nel profondo.
lunedì 5 marzo 2012
INQUIETUDINE ( al monte Barigazzo )
Inquietudine d’ improvviso m’assale
al pensiero di te.
Inquieitudine che l’animo pervade
per la tua lontananza.
I ricordi per ora mi dovranno bastare.
Di quando primavera mani agili, gentili
di miriadi di petali multicolori
dolci declivi ricamava.
La corteggiava Eolo gentile
per lei spandendo effluvi delicati.
I ricordi mi dovranno bastare
di quando la sua croce abbracciavo
per sentirmi più vicina a Lui.
Di quando liberi cavalli venivano
a cercare pane e biscotti sulla mano tesa.
Di quando seduti sul crinale a est
aspettavamo bioccoli di nebbia
dalla profonda valle boscosa
per vederli giocare a rimpiattino
fra gli alberi e i verdi ginepri.
Ci lasciavamo circondare perdendoci felici
in un mondo tutto nostro.
E del silenzio del Castelliere d’Umbrìa
la mente si riempiva, insieme
a voci di popoli scomparsi.
E il gracidare di raganelle nel laghetto
si mescolavano con le grida dei falchi sulle creste.
Per ora i ricordi mi dovranno bastare
quando l’inquietudine d’improvviso m’assale
e so che solo tu in un dolce sentimento
la puoi trasformare.
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